C’era il Re in persona, Vittorio Emanuele III, che i torinesi con la loro ironia pungente chiamavano “Toiu cit”. Ai piedi del vecchio ponte sospeso “Maria Teresa”, ormai malandato e insicuro, il sovrano pose la prima pietra di quello che sarebbe diventato il nuovo ponte Umberto I. Una cerimonia solenne, con autorità, cittadini e fotografi a immortalare un momento che segnava l’inizio di una nuova fase per la città.
Il vecchio ponte Maria Teresa, inaugurato nel 1840 e per lungo tempo a pedaggio, era stato un’opera d’avanguardia, ma già a fine Ottocento mostrava crepe e pericoli. I cavi d’acciaio non reggevano più e dal 1897 il passaggio era stato chiuso per sicurezza. Torino, in piena espansione e con un traffico crescente, non poteva più accontentarsi di un ponte così fragile: serviva una struttura solida, capace di connettere le due sponde del Po all’altezza di corso Vittorio Emanuele II e di rappresentare, allo stesso tempo, la modernità della città.
Il progetto venne affidato agli ingegneri Micheli e Ristori, che disegnarono un ponte in muratura con tre grandi arcate, elegante nella linearità, ampio e robusto. I lavori furono lunghi: quattro anni di demolizioni e costruzioni, di operai al lavoro tra le acque del fiume e le impalcature.
Infine, il 26 maggio 1907, Torino salutò con entusiasmo l’apertura del nuovo ponte. Le autorità furono le prime a percorrerlo, seguite da una folla che ne celebrava la solidità e la bellezza. Sulle acque del Po, i canottieri resero omaggio al Re, mentre la città intera vedeva in quell’opera non solo un collegamento, ma un simbolo del suo futuro.
Non mancarono però le critiche: c’era chi lo trovava troppo sobrio, privo di quell’impronta monumentale che un ponte reale avrebbe meritato. Così, pochi anni dopo, nel 1911, in occasione dell’Esposizione internazionale, furono aggiunte le statue allegoriche che ancora oggi ne decorano gli angoli: la Pietà e il Valore sul campo di battaglia, l’Arte e l’Industria.
Il ponte Umberto I, nato da una posa di pietra reale e da anni di attesa, divenne così uno dei simboli della Torino del Novecento: solida, moderna, capace di guardare avanti senza dimenticare la propria storia.

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