Mario Merz: l’artista che trasformava materiali semplici in poesia
Mario Merz è stato uno degli artisti italiani più importanti del Novecento e grande protagonista dell’Arte Povera. Nato a Milano nel 1925, Merz arrivò a Torino dopo la Seconda guerra mondiale e qui iniziò la sua carriera. All’inizio dipingeva forme ispirate alla natura, come spirali, foglie o animali, che sembravano crescere da sole sulla tela.
Negli anni Sessanta cominciò a usare materiali “poveri”: legno, cera, pietre, rami, sacchi, ma anche luci al neon. L’idea era semplice e rivoluzionaria: l’arte può nascere da ciò che esiste intorno a noi, senza bisogno di materiali preziosi.
Dal 1968 Merz inventa le sue opere più famose: gli Igloo. Sembrano grandi cupole trasparenti o di pietra, ma non sono solo sculture: parlano di casa, rifugio, viaggio, popoli e natura. Oggi si trovano nei musei di tutto il mondo, e a Torino uno è installato nella fontana di corso Mediterraneo.
Un’altra sua grande passione era la matematica naturale: usava i numeri della sequenza di Fibonacci, che si ritrovano nei fiori, nelle conchiglie e nella crescita degli organismi viventi. A Torino questi numeri si sono illuminati sulla Mole Antonelliana, diventando uno dei simboli più belli della città.
Pochi giorni prima di morire, Merz ricevette il Praemium Imperiale a Tokyo, un premio considerato il “Nobel dell’arte”. Oggi il suo lavoro continua nella Fondazione Merz, che custodisce opere, mostre e progetti educativi.
Mario Merz ha insegnato che anche una pietra o un ramo possono raccontare bellezza: basta saperli guardare.

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